Il 23 ottobre la stagione lirica del Teatro Verdi inaugura il nuovo allestimento di Dido and Aeneas, opera di Henry Purcell ispirata al quarto libro dell’Eneide di Virgilio. La rappresentazione arriva a vent’anni dalla prima e unica messa in scena del titolo sul palcoscenico del teatro e segue il completamento dello studio filologico curato da Attilio Cremonesi.
La regia è firmata da Francesco Bondì, che propone una rilettura della vicenda centrata sulla figura di Didone, regina di Cartagine e protagonista di una storia in cui il dolore personale si intreccia con la responsabilità politica. Il racconto di Purcell viene così presentato come una riflessione sul rapporto tra amore, potere, identità collettiva e fondazione di nuove città.
Una regina tra amore e responsabilità
Secondo l’interpretazione del regista, l’opera nacque con una funzione esemplare ed educativa. La prima rappresentazione assoluta si tenne nel 1689 in un collegio femminile, all’interno della cultura elisabettiana. In questa prospettiva, Didone diventa una figura quasi politica, accostata alla scelta di Elisabetta I d’Inghilterra di governare senza l’influenza maschile. La vicenda della sovrana cartaginese può essere letta anche come un monito sul destino che la regina inglese intendeva evitare.
Il rapporto tra Didone ed Enea è legato alla fondazione di Cartagine e Roma, due città nate da percorsi segnati rispettivamente da un omicidio e da una fuga. Entrambi i personaggi condividono il desiderio di dare radici ai propri popoli in una terra nuova, ma la protagonista finisce per subordinare la dimensione sentimentale alla missione collettiva. La sua figura viene quindi descritta come quella di una donna dotata di spessore politico, capace di intendere il governo come responsabilità e bene comune.
La cava come spazio della ferita
Lo spettacolo è ambientato in una desolata cava di tufo sul Mediterraneo. La pietra diventa il punto di partenza del linguaggio scenico: estrarre materia significa estrarre forza e stabilità, ma anche creare un vuoto. Nel progetto di Bondì, il volume scavato da Enea lascia una forma aperta, assimilata a una ferita che non riesce a rimarginarsi e al peccato originario di Roma, destinata a distruggere Cartagine prima ancora della sua nascita.
Il simbolismo della pietra attraversa l’intero allestimento e accompagna una lettura della vicenda in cui la dimensione privata non è mai separata da quella storica. Anche il riferimento alla costruzione di Cartagine, realizzata secondo il mito con una pelle di bue, viene interpretato come l’espressione di una strategia e di una capacità creativa attribuite alla protagonista.
Nel lamento finale, Didone sceglie di togliersi la vita, ma la sua morte non viene presentata soltanto come l’esito dell’abbandono. La regina resta una figura consapevole delle proprie decisioni, capace di governare i sentimenti con misura e di lasciare spazio alla prosecuzione del progetto politico. Il dolore, nella lettura proposta, conserva così una dimensione di dignità e non coincide con la perdita del controllo sulla propria esistenza.
L’obiettivo dichiarato dell’allestimento è lasciare agli spettatori una riflessione sulla bellezza tragica e sulla possibilità di trasformare la sofferenza in consapevolezza. Didone non viene descritta come una donna distrutta dall’uomo che ama, ma come colei che sceglie fino in fondo, mantenendo il potere sulla propria vita e sul significato delle proprie azioni.