Scontro giudiziario

Caso Keu a Firenze, la Procura chiede il processo

I pm contestano la decisione del gup sull’inchiesta relativa all’inerte derivato dagli scarti della concia

Caso Keu a Firenze, la Procura chiede il processo

La Procura di Firenze ha impugnato i proscioglimenti disposti dal giudice dell’udienza preliminare nell’inchiesta Keu e ha chiesto alla corte d’appello di riaprire il procedimento per le ipotesi di reato cadute al termine dell’udienza preliminare. Il ricorso è stato firmato dai pubblici ministeri Christine von Borries e Beatrice Giusti, che contestano la ricostruzione del gup Gianluca Mancuso.

Al centro dell’indagine c’è il Keu, un inerte derivato dal trattamento dei fanghi prodotti dagli scarti della concia delle pelli. Secondo l’accusa, tonnellate di terre ritenute inquinate sarebbero state interrate in diverse aree della Toscana. L’inchiesta, avviata dalla procura antimafia e resa nota nell’aprile 2021, aveva individuato 13 siti ritenuti collegati alla vicenda, con epicentro nel distretto conciario di Santa Croce.

La contestazione della Procura

Per il gup, non sarebbe stata dimostrata l’esistenza di un accordo stabile tra gli imputati, orientato alla realizzazione di un programma criminoso. Da questa valutazione era derivato il proscioglimento dall’ipotesi di associazione per delinquere contestata ad alcuni degli indagati. Il giudice aveva inoltre osservato che la caduta dei principali reati-fine indeboliva il presupposto della contestazione associativa.

Al termine dell’udienza preliminare era stato quindi disposto un processo per singoli episodi di presunto inquinamento nei confronti di 14 imputati e quattro società. Il dibattimento è fissato a Firenze per l’11 dicembre. La Procura considera però la decisione illogica e contraddittoria e sostiene che dagli atti emergano indizi gravi, precisi e concordanti, tali da rendere probabile una condanna nel caso di un giudizio.

Nel ricorso i pm richiamano la mole delle intercettazioni, gli accertamenti svolti dalla polizia giudiziaria e gli elementi raccolti durante l’indagine. Secondo l’accusa, questo materiale delineerebbe un sistema organizzato e non soltanto una serie di normali interazioni all’interno del distretto conciario. La prospettiva della Procura è quindi diversa da quella del gup, che aveva ricondotto i rapporti tra gli interlocutori nell’ambito di fisiologiche relazioni tra operatori economici e istituzioni.

I proscioglimenti contestati

Il pronunciamento del marzo scorso aveva ridimensionato in modo significativo il quadro accusatorio e aveva escluso dal procedimento anche una parte dei rappresentanti politici e amministrativi coinvolti nell’inchiesta. Tra questi figuravano l’ex sindaca di Santa Croce, Giulia Deidda, e Ledo Gori, all’epoca capo di gabinetto del presidente della Regione Eugenio Giani.

Per Deidda il gup aveva stabilito che il fatto non sussiste. La stessa formula era stata applicata a Gori e a Edo Bernini, funzionario della direzione ambiente della Regione. Nelle motivazioni, il giudice aveva riconosciuto a Gori un’attività di interlocuzione e disponibilità verso le problematiche del settore conciario, ma l’aveva considerata parte dei normali rapporti tra amministrazione e portatori di interessi. Non sarebbero emersi, secondo quella valutazione, elementi capaci di dimostrare decisioni illecite o lesive dell’interesse pubblico.

Con l’impugnazione, la Procura chiede alla corte d’appello di riformare la decisione e di emettere il decreto che dispone il giudizio, a vario titolo e limitatamente ad alcune imputazioni, per Nicola Andreanini, Edo Bernini, Alberto Benedetti, Cristina Brogi, Giulia Deidda, Maila Famiglietti, Annamaria Faragò, Alessandro Francioni, Aldo Gliozzi, Ledo Gori, Antonio Lasi, Francesco Lerose, Manuel Lerose, Lorenzo Mancini, Silvia Rigatti, Claudio Tavanti e Fabrizio Veridiani. La richiesta riguarda, con accuse diverse e per alcune contestazioni, anche sei società.