Oltre 400 specialisti sono attesi da venerdì 9 a domenica 11 ottobre al Polo Carmignani di Pisa per il 43° Congresso nazionale della Società italiana dell’ipertensione arteriosa. L’appuntamento, promosso dalla Siia, torna in città dopo più di 30 anni ed è presieduto da Agostino Virdis, direttore dell’Unità operativa di Geriatria dell’Aoup e ordinario di Medicina interna all’Università di Pisa.
Il programma affronterà i diversi aspetti legati alla pressione alta, dalle complicanze alle forme che interessano i giovani, fino alle terapie più innovative. Alla cerimonia inaugurale sono annunciati il sindaco di Pisa Michele Conti, il rettore Riccardo Zucchi e la direttrice generale dell’Aoup Katia Belvedere. Sabato alle 18.30 è prevista la lectio magistralis di John Deanfield, cardiologo dell’University College of London. Al termine dei lavori saranno assegnate borse nazionali e internazionali della Società italiana dell’ipertensione arteriosa.
Una condizione spesso senza sintomi
Virdis definisce l’ipertensione arteriosa un killer silenzioso perché rappresenta oggi il principale fattore di rischio cardiovascolare nel mondo e interessa circa il 30% della popolazione adulta italiana. Tra gli anziani la quota supera il 50%. La malattia, però, può non dare sintomi per lungo tempo, continuando a danneggiare gli organi vitali.
Secondo i dati richiamati dal professore, soltanto una persona su due tra quelle che soffrono di ipertensione riceve una diagnosi e, di conseguenza, un trattamento adeguato. Le conseguenze possono comprendere scompenso cardiaco, infarto, ictus, insufficienza renale cronica e fibrillazione. Per questo, spiega Virdis, chi ha più di 40 anni dovrebbe sottoporsi almeno una volta all’anno a un controllo che includa la misurazione della pressione.
Familiarità e aderenza alle cure
Nella maggior parte dei casi la patologia è legata a fattori genetici. Sono quindi considerate più esposte le persone con genitori, fratelli o sorelle ipertesi. Tra gli altri elementi di rischio figurano l’età, lo stile di vita, il fumo, il sovrappeso e l’eccessivo consumo di sale.
Un ulteriore problema riguarda la continuità della terapia. Un paziente su due, dopo il primo anno di trattamento, la interromperebbe autonomamente, a causa degli effetti collaterali o di una comunicazione non sufficientemente chiara sulla necessità di assumere i farmaci a lungo termine. Il medico, conclude Virdis, deve spiegare che la cura può accompagnare il paziente per tutta la vita e favorire una corretta consapevolezza del trattamento.