Se il Green Data Center di San Piero a Grado si fermasse, l’Università di Pisa rischierebbe una paralisi estesa alla ricerca, alla didattica e alle attività amministrative. A sottolinearlo è il professor Davini, che descrive l’infrastruttura come il sistema nervoso centrale dell’ateneo pisano. Il centro, collocato in aperta campagna e nel cuore del Parco, garantisce il funzionamento di una parte essenziale dei servizi universitari.
Nel corso degli anni non sono mancate situazioni critiche. Una delle più significative si verificò quando una ditta impegnata in lavori stradali lungo la via Livornese tranciò il cavo di una delle due linee che collegano il data center agli edifici dell’università. La presenza di una seconda linea consentì di gestire l’emergenza e di mantenere attivi i collegamenti con le strutture dell’ateneo.
Gli episodi già affrontati
Un altro inconveniente fu provocato da un biacco, entrato in uno dei macchinari esterni in cerca di calore. Il rettile causò un corto circuito che mandò in tilt una parte dei sistemi di raffreddamento. L’episodio, favorito dal contesto ambientale in cui sorge la struttura, venne affrontato senza conseguenze permanenti per l’operatività del centro.
Particolare attenzione è riservata anche alla sicurezza. Il Green Data Center dispone di telecamere, barriere costituite da fioriere in cemento armato, porte e vetri antisfondamento, oltre a sistemi antincendio di ultima generazione. L’accesso alle sale macchine è consentito esclusivamente attraverso badge e riconoscimento facciale. In occasione delle manifestazioni di protesta contro la base militare o a Camp Darby, viene inoltre attivata la richiesta di vigilanza armata. Secondo quanto riferito da Davini, finora non si sono verificati problemi.
Il limite delle risorse
Il principale ostacolo allo sviluppo dell’infrastruttura non sarebbe quindi di natura tecnica, ma economica. La capacità di spesa dell’università deve fare i conti con i tagli ministeriali e con l’aumento dei costi, a partire da quelli energetici. Nel frattempo, la crescita dell’intelligenza artificiale generativa e gli investimenti dei grandi gruppi privati stanno aumentando la domanda di componenti e rendendo più costoso l’aggiornamento dei sistemi.
Un ulteriore problema riguarda il personale. I giovani che lavorano nel centro, spiega il professor Davini, ricevono circa 1.400 euro al mese, mentre nelle università straniere gli stipendi possono arrivare al doppio e nei data center privati anche al triplo. Il divario rende più difficile trattenere le competenze necessarie e affrontare il ricambio generazionale. Per ora, conclude Davini, la struttura continua a operare e a resistere, ma la sostenibilità futura dipenderà anche dalle risorse disponibili.