Luisa Pessina, 26 anni, pisana e diplomata alla scuola Holden di Torino, presenta il suo primo romanzo, Perché gli ulivi sono storti, pubblicato da Minimum Fax. L’opera sarà presentata al Pisa Book Festival il 4 ottobre e ha come scenario principale Volterra, con il suo manicomio, i suoi abitanti e le storie tramandate dalla comunità.
Il manicomio e le vite degli internati
Nel libro, la struttura psichiatrica cittadina diventa il centro di un universo composto da internati, orfani, donne considerate scandalose, prigionieri di guerra e persone finite ai margini per ragioni molto diverse. Le cure descritte mescolano brutalità e teorie lombrosiane, in un’epoca precedente alla legge Basaglia. Il manicomio accoglie così non soltanto persone con problemi psichiatrici, ma anche poveri, bambini senza famiglia e donne giudicate secondo criteri morali e sociali.
Attraverso le vicende di Franco il Citrullo, Tosca la Strega e dello Storto, Pessina costruisce una storia corale dedicata a uomini e donne segnati dalla loro diversità. Alcuni protagonisti sono internati, mentre un infermiere partecipa alla vita quotidiana dell’istituto. Nell’ultima parte, il racconto si sposta fuori dal manicomio e raggiunge il paese, mostrando i rapporti tra la struttura e la comunità che la circonda.
Dialetto e realismo magico
Il titolo nasce da una diceria popolare secondo cui gli ulivi crescono storti perché assecondano la danza delle streghe nei boschi. Per l’autrice, quella forma richiama anche i suoi personaggi: persone considerate fuori norma, ma capaci di ritrovare umanità e libertà attraverso la resistenza alle regole imposte.
Il romanzo si muove tra rigore documentaristico e realismo magico. La ricerca condotta sul campo ha permesso alla scrittrice di raccogliere e unire racconti diversi, concentrandosi non tanto sulla materia psichiatrica quanto sul piccolo mondo nato dentro il manicomio, con i suoi equilibri e le sue regole. Una realtà chiusa che, secondo Pessina, riflette nella propria violenza quella del mondo esterno.
Un ruolo centrale è affidato al dialetto toscaneggiante, utilizzato per restituire ritmo, ironia ed espressioni alle voci dei personaggi. La lingua diventa così uno strumento per raccontare una Toscana fatta non soltanto di paesaggi, ma anche di relazioni, memorie e conflitti. Nel libro, la dimensione popolare convive con la presenza delle streghe dei boschi e con le vicende di chi, dentro e fuori l’istituto, cerca uno spazio di dignità.