Gestione penitenziaria

Rivolta nel carcere di Pisa, trasferiti i quattro promotori

Accusati anche di danneggiamento; uno avrebbe usato un cellulare per trasmettere le fasi della protesta

Rivolta nel carcere di Pisa, trasferiti i quattro promotori

Quattro detenuti ritenuti i promotori della rivolta esplosa nel carcere Don Bosco di Pisa sono stati trasferiti in altre strutture penitenziarie. Il gip Vatrano ha disposto per tutti la custodia in carcere, accogliendo la richiesta del pubblico ministero Miriam Pamela Romano. L’inchiesta riguarda anche altri 16 reclusi, identificati dagli investigatori per il loro coinvolgimento nella protesta.

La sommossa si è sviluppata tra barricate, minacce, oggetti lanciati e suppellettili incendiate. Secondo quanto ricostruito nelle indagini, la protesta sarebbe iniziata dopo la presunta scoperta di alcune cimici nella sezione detentiva. Le immagini dei momenti più concitati sono state diffuse sui social e hanno mostrato le barricate all’interno dell’istituto.

I trasferimenti nelle altre carceri

Ilber Arshi, 39 anni, di nazionalità albanese e difeso dall’avvocato Massimo Landi, è stato trasferito nel carcere di Massa. Jerson German Bolanos, 39 anni, colombiano, assistito dall’avvocato Ivo Gronchi, si trova invece a Prato. Daniel Myrtaj, 24 anni, albanese e difeso dall’avvocato Sabrina Del Fio, è stato trasferito alle Sughere di Livorno.

Andrea Petroniq, 43 anni, anch’egli albanese e difeso dall’avvocato Luisa Renzo, è stato portato a Sollicciano. Per tutti l’accusa comprende anche il danneggiamento. A Myrtaj viene contestato inoltre l’accesso indebito a dispositivi idonei alla comunicazione: secondo l’accusa, avrebbe utilizzato un telefonino per trasmettere su TikTok le fasi della rivolta dalla cella 48. Le nuove misure si aggiungono ai procedimenti per i quali i quattro erano già detenuti.

La posizione del sindacato

Dopo i fatti, l’Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria ha posto l’accento sulla gestione dei detenuti considerati ad alto rischio. Il segretario generale dell’Osapp, Leo Beneduci, ha definito Pisa l’emblema di una contraddizione: agli agenti servono strumenti adeguati per intervenire quando l’ordine viene compromesso, ma anche un’organizzazione capace di prevenire situazioni simili.

Il sindacato ha richiamato anche il possibile impiego del taser, ritenuto utile per fermare la violenza nel momento in cui esplode, ma non sufficiente a risolvere le criticità organizzative. Beneduci ha osservato che uno dei detenuti coinvolti era arrivato a Pisa dopo un tentativo di evasione dal carcere di Firenze e che, con il successivo trasferimento, il rischio potrebbe essere semplicemente spostato da una struttura all’altra.

Per l’Osapp, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e i Provveditorati dovrebbero assumersi precise responsabilità nella gestione dei casi più problematici. Il sindacato ha ricordato che l’ordinamento penitenziario, oltre ai trasferimenti, prevede anche la sorveglianza particolare, applicabile in caso di necessità e urgenza prima dei pareri previsti. La richiesta è quindi di affiancare alla capacità di ristabilire l’ordine una strategia preventiva e organizzativa.